Alla “guerra” del bio
di Cristina Micheloni (seconda battaglia)

Aumentare la dotazione organica dei suoli significa contribuire nel modo più efficace e duraturo a ridurre le cause del cambiamento climatico e, al contempo, a rendere la produzione di cibo più stabile, perché un suolo con maggiore quantità di sostanza organica resiste meglio alla siccità ed alle eccessive e concentrate precipitazioni, alla desertificazione ed alle temperature estreme. Da non sottovalutare poi gli altri benefici: maggiore biodiversità nel suolo porta a maggiore resistenza ai patogeni, a piante più equilibrate e prodotti nutrizionalmente più ricchi.

Per non dire degli allevamenti: quelli in bio sono estensivi e utilizzano, per i poligastrici come vacche, pecore e capre, principalmente foraggi prodotti in loco e non granelle che provengono da altri continenti con tutte le emissioni che ciò implica.

Il gruppo succitato sostiene che il bio conduca a maggiori emissioni perché sarebbe maggiore la superficie necessaria all’agricoltura biologica per sfamare il pianeta, cosa che condurrebbe a ulteriore deforestazione. Non tengono in considerazione, però, troppi elementi: 1) calo di fertilità dei suoli in agricoltura convenzionale; 2) enormità degli attuali sprechi di cibo; 3) insostenibilità delle produzioni zootecniche attuali… sono quelle che deforestano l’Amazzonia..; 4) enormità delle emissioni legate al trasporto globale del cibo e, soprattutto, degli ingredienti per la mangimistica.

Perdonate ancora il barboso dettaglio, a presto con altre noiose notizie su bio e salute, bio ed economia locale, nonché bio ambiente.

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