Biologico, ambiente e clima: ragioniamo!
di Cristina Micheloni

Il tiro al biologico è divenuto sport nazionale, praticato da un ristretto eppur chiassoso gruppo dei soliti noti: pro-ogiemmisti di antica fede, sostenitori del miope produttivismo, negazionisti della rilevanza per la vita di tutti noi di biodiversità, fertilità del suolo ed altre poetiche narrative.

Ebbene, non mi rivolgo a tale gruppo, cui di ragionare sui dati scientifici non importa affatto, ma ai tanti cittadini (agricoltori inclusi) nelle cui orecchie rimane impigliato qualche brandello di trasmissione televisiva o di clamore giornalistico e, comprensibilmente, si chiede se il biologico può davvero contribuire a migliorare la propria vita e quella delle generazioni a venire.

Ragionare per davvero, con il suffragio di dati ed evidenze concrete richiede molto più tempo che arringare la folla con gli slogan o coprire gli avversari di improperi, quindi abbiate pazienza e perdonate un po’ di noioso approfondimento.

Il bio emette più gas serra?
Elemento cardine dell’agricoltura biologica pratica è il miglioramento della fertilità del terreno, intesa primariamente come fertilità fisica e microbiologica (e come conseguenza anche chimica), cosa che passa imprescindibilmente per l’incremento della sostanza organica. Da qui la fissa dei bio per rotazioni, sovesci, compostaggio, riduzioni delle arature, inerbimenti, ecc. E gli effetti si vedono, ovvio che servono anni, decine di anni, come dimostrano le pubblicazioni scientifiche del Rodale Centre negli USA (www.rodaleinstitute.org), 40 anni di gestione bio, o i 50 anni di dati raccolti da FIBL in Svizzera (www.fibl.org), oppure ancora l’esperienza pratica trentennale dei nostri agricoltori biologici.

Per riascoltare l’intervento (da 5:29 a 7:47): Vita nei campi – TGR FVG